Fondamentale semplificare i processi e ridurre gli sprechi: obiettivo reso più semplice da un approccio multidisciplinare al paziente. Occorre lavorare anche sulla continuità ospedale-territorio.
Si è parlato anche di patient journey durante il primo corso di perfezionamento “Patient Advocacy per le Associazioni dei pazienti oncologici e onco-ematologici” guidato dalla prof.ssa Laura Deborah Locati dell’Università degli Studi di Pavia e da Annamaria Mancuso, coordinatrice del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”. Dedicato alle associazioni aderenti al Gruppo sopra citato, il corso intende accrescerne la capacità di advocacy.
Spiega Annamaria Mancuso: «il tema del patient journey (…) è molto importante per noi: si tratta di quell’insieme di azioni e attività parte del percorso di cura del paziente oncologico e onco-ematologico.
Noi auspichiamo infatti un modello basato su una rete di figure professionali e servizi integrati sul territorio, ovvero farmacie e case di comunità, che preveda il coinvolgimento del paziente nel processo di cura, la pianificazione del trattamento personalizzato, la transizione fluida verso la continuità assistenziale e cura affinché i malati ricevano un’assistenza a 360 gradi.
Questo è tanto più importante in una fase in cui grazie ai progressi della ricerca, alla diagnostica avanzata e a terapie innovative, si assiste alla cronicizzazione della malattia e a un incremento dei pazienti sopravvissuti a un tumore. Occorre far leva su una maggiore integrazione tra prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico per il miglioramento delle cure e la riduzione delle recidive.
Tuttavia, questi survivor necessitano di un approccio personalizzato che consenta di seguirli nel tempo e che sia orientato non solo in senso oncologico: si pone, dunque, tra gli altri, il problema della gestione ottimale dei loro successivi controlli».
Patient jurney: necessario un modello digitalizzato
Perché l’esperienza di cura del paziente possa essere serena, occorre un modello moderno e digitalizzato, che gli consenta di accedere a procedure e servizi semplici, rapidi e comodi, per la crescita di una maggiore fiducia nelle strutture sanitarie e nei professionisti stessi.
La fiducia nel team di cura è fondamentale per sostenere la serenità del paziente, ma purtroppo troppo spesso anche il malato oncologico si sente solo, costretto a correre da una parte all’altra per prenotare appuntamenti e così via. Parlando di oncologia ed onco-ematologia, i nodi cui prestare attenzione sono: le terapie farmacologiche; la nutrizione come elemento preventivo del tumore; la cronicizzazione del tumore; la sopravvivenza a lungo termine; l’attività fisica. Importante anche la presenza di team multidisciplinare che si prendano cura del paziente a 360 gradi e del Molecular Tumor Board.
Un modello davvero accogliente non può prescindere da una continuità assistenziale tra le cure ospedaliere e quelle territoriali, tra cure domiciliari e hospice, quando necessario.
Laura Deborah Locati conclude: «abbiamo bisogno di un processo di cura più semplice, di servizi rapidi e accessibili, di minori sprechi di tempo e risorse, e di più efficienza a tutto vantaggio dei pazienti e della stessa struttura sanitaria. È stato dimostrato da numerosi studi scientifici che la multidisciplinarietà e le decisioni terapeutiche prese in gruppo, aumentano notevolmente le percentuali di guarigione attraverso l’elaborazione di un adeguato piano di cura che, sin dalla diagnosi, ottimizza i tempi e l’adeguatezza degli interventi terapeutici e assistenziali. Quel che serve è, insomma, una visione corale dei pazienti oncologici e onco-ematologici».
Un tema, quello della multidisciplinarietà in medicina, sul quale si stressa da tempo, con esiti forse ancora troppo deboli e disomogenei sul piano pratico.