AIRO, ruolo della radioterapia in trattamento combinato

(immagine: Canva)

Una svolta confermata da due importanti lavori scientifici (LAURA e ADRIATIC) presentati al congresso dell’ASCO e discussi in Italia durante il 34° congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Radiologia e Oncologia Clinica nell’ambito del 1° congresso congiunto delle società scientifiche nell’Area Radiologica, svoltosi a Milano in giugno.

Nel corso del congresso AIRO si è sottolineato il ruolo della radioterapia come parte integrante del trattamento combinato con terapie a bersaglio molecolare o immunoterapiche per migliorare drasticamente la sopravvivenza (beneficio fino all’84%) e la qualità di vita dei pazienti.

“I risultati del trattamento di radiochemioterapia concomitante seguita da immunoterapia nel microcitoma o terapia target nel non-microcitoma”, sottolinea Marco Krengli, presidente AIRO, professore ordinario di Radioterapia all’Università degli Studi di Padova e direttore della UOC di Radioterapia dell’Istituto Oncologico Veneto, “e il trattamento radioterapico ottimizzato evidenziano l’importanza di un approccio terapeutico integrato e multidisciplinare, aprendo la strada a nuove possibilità di cura per i pazienti”.

Già annunciati al congresso mondiale di oncologia a Chicago ASCO e discussi durante il congresso AIRO, gli studi promettono di cambiare significativamente il trattamento dei tumori polmonari (sia in quello non-microcitoma sia nel microcitoma o tumore a piccole cellule).

“Nello studio LAURA, che utilizza la terapia target dopo il trattamento radiochemioterapico nei pazienti con tumore del polmone (non-microcitoma che presenta una mutazione attivante di EGFR), il risultato raggiunto è stato così significativo da far scaturire un applauso spontaneo ed emozionante dalla platea presente durante la sessione plenaria di ASCO”, spiega Sara Ramella socio AIRO, direttore di Radioterapia Oncologica e professore ordinario di Diagnostica per Immagini e Radioterapia dell’Università Campus Bio-Medico, Roma.
“Oltre il 90% dei pazienti arruolati è stato sottoposto a trattamento radiochemioterapico concomitante, sottolineando ancora una volta come questo rappresenti la migliore strategia da offrire ai pazienti”.

“Il trattamento combinato e concomitante ha portato anche a un altro importante risultato legato ai tempi di sopravvivenza (libera da malattia) che possono superare i 3 anni, soprattutto se paragonati ai 5 mesi e mezzo del gruppo di controllo.

Si aggiunge anche la riduzione delle metastasi cerebrali, per cui ne ha sviluppate solo il 5,6% tra i pazienti trattati con radiochemioterapia e terapia target, rispetto al 39,7% del gruppo di controllo.
Anche nel microcitoma polmonare la terapia standard in pazienti in buone condizioni generali è quella concomitante, come riportato in tutte le linee guida a livello nazionale e internazionale (AIOM, ESMO, ASCO, ASTRO)”.

I dati dello studio ADRIATIC sono l’ulteriore testimonianza che per raggiungere risultati così soddisfacenti, è necessario programmare la radiochemioterapia concomitante seguita da immunoterapia.

La sopravvivenza mediana ha superato i 4 anni e mezzo (55 mesi), un risultato mai riportato in precedenza. Questi dati colpiscono ancora più degli importanti risultati dello studio PACIFIC che ha utilizzato lo stesso schema nel trattamento del tumore non a piccole cellule del polmone (non-microcitoma).

Nel caso dello studio PACIFIC, infatti, i risultati dell’immunoterapia in pazienti al III stadio erano maggiormente attesi, visti i benefici dimostrati in precedenza dall’immunoterapia nel IV stadio.

Al contrario, nel non-microcitoma i benefici nel IV stadio non erano così significativi, quindi questa importante sopravvivenza raggiunta nei pazienti al III stadio è un dato che deve far riflettere soprattutto sulle cause.

Infatti, il beneficio osservato potrebbe essere attribuito all’effetto di priming della radioterapia che stimola il sistema immunitario a riconoscere le cellule tumorali. Questo effetto meriterebbe ulteriori indagini, soprattutto oggi, dato che le dosi totali e giornalieredella radioterapia sono state ulteriormente modificate”.

Dal lato pazienti, fa notare Krengli, è necessario rafforzare una corretta informazione sulla radioterapia e sui suoi effetti.

Lo confermano i risultati dell’indagine AstraRicerche per AIRO realizzata a fine maggio su un campione di 854 intervistati in Italia (età 18-70 anni) e dalla quale emerge che il 50,5% degli intervistati ha avuto un’esperienza diretta o indiretta con la radioterapia (per malattia di familiari, 25%, o di amici e conoscenti, 22%) e, nonostante questo, la percezione del trattamento è poco chiara e gravata da falsi miti.

Proprio da qui AIRO intende partire per intervenire con un processo di educazione e formazione sulle persone.

Secondo l’indagine AstraRicerche, il 77% degli intervistati crede che il radioterapista lavori a stretto contatto con gli oncologi e il 41% sa che non è sempre un medico oncologo e lo identifica con un tecnico altamente specializzato.
Questa confusione può portare a sottovalutare il contributo fondamentale del radioterapista nel percorso di cura del cancro.
Pertanto è essenziale promuovere una migliore comprensione di competenze e ruoli per valorizzarne appieno il valore e migliorare la fiducia e l’efficacia del sistema sanitario”.

La paura più diffusa riguarda la persistenza di radioattività nel corpo dopo il trattamento: il 38,2% degli intervistati sa che la radioterapia non lascia traccia di radioattività, mentre il 51,8% crede, erroneamente, che il trattamento può rendere il paziente radioattivo per un certo periodo.
Numerosi anche i timori circa le possibili limitazioni alla vita quotidiana date dalla radioterapia: il 52,2% sa che dopo una seduta di radioterapia si può mangiare normalmente, mentre più basse sono le percentuali di chi sa di poter continuare a lavorare (41,5%), guidare (35,5%), fare attività fisica (32,7%), avere una vita sessuale normale (32,6%) senza restrizioni, indipendentemente dal distretto trattato.

Nonostante i timori e le lacune di conoscenza, c’è consenso generale (81,5%) circa il fatto che la radioterapia moderna sia migliorata rispetto a 15-20 anni fa, in particolare con una maggiore precisione nel trattamento delle cellule tumorali (50%) e con una riduzione degli effetti collaterali (30%).